Lettera a un profilo mai nato

Si diceva, un tempo – ma mica tanto tempo fa – che per conoscere veramente qualcuno lo si deve osservare mentre lavora. In silenzio. Si diceva che non c’è niente che avvicina di più due persone di quel silenzio condiviso nel quale entrambe scrutano quella misteriosa parte dell’altro di norma soffocata dal rumore del giorno.
Si iniziava così a riconoscere il significato di ogni respiro più o meno profondo apparentemente insignificante e al tempo stesso pieno di parole. Si imparava a raccontare la propria storia, diventando poco a poco, ognuno un po’ parte della storia dell’altro. Si può dire che ci si conosceva veramente, che si aveva insieme la fortuna e la maledizione di conoscere un linguaggio noto solo a chi aveva saputo ascoltare il nostro silenzio.
Un tempo, sì, un tempo.
Tu capirai, dunque, perché in questo tempo non potrò mai apprezzarti veramente.            Perché forse è meglio che stiamo lontani, che non ci vediamo, che ci dimentichiamo.           Com’è che la chiamavi tu? Ah sì, “pausa di riflessione“. Ecco allora, prendo una di quelle. Un etto e mezzo di “pausa di riflessione”, grazie. Cerca di capirmi, amare troppo il proprio carnefice non ha mai portato a nulla di buono.
Caro profilo mai nato, come puoi pensare veramente di poter raccontare la mia storia, di poter parlare di me con quella faccia imbalsamata priva di emozioni, priva di vita?
Esatto, non puoi.
Dimmi che mi capirai, allora, se faccio a meno di te, ancora.
 
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