Il lavoro ai tempi dei social network.

“Non siete su Facebook? Potreste diventare killer. E se resistete a iscrivervi non troverete lavoro”.

Questo il titolo tutt’altro che rassicurante di un post del Sole 24 Ore di qualche mese fa; l’articolo in questione – potete leggerlo qui – analizza la presa di potere dei social network all’interno dell’organizzazione delle società del mondo. A quanto risulta, secondo una ricerca dello psicologo Richard E. Bélanger, “i giovani che limitano le attività on line, o che evitano del tutto internet, sono vittime più probabili di depressione e disturbi psicologici, rispetto a chi fa un uso espressivo della rete. La norma per un giovane – sottolinea l’esperto – è trascorrere due ore on line al giorno”. 
A rafforzare l’ipotesi, l’analisi del comportamento virtuale degli stragisti statunitensi più temibili degli ultimi tempi: chi non naviga se non sotto falso nome, chi si presenta sui social network in modo freddo, asettico e calcolatore per raggiungere scopi prettamente utilitaristici, chi fa del buon navigare un’attività confinata al solo e unico soddisfacimento sessuale personale.
Non essere presenti, attivi e spontanei nel web, insomma, sembra trasmettere diffidenza e sfiducia negli altri. A buona ragione, aggiungerei. Nonostante tutto, i pochi addetti aziendali che si occupano della selezione del personale, nel nostro paese, sembrano non avere ancora del tutto chiari quali sono i criteri di analisi dei profili presenti on line. Qualcuno ci rimette il posto per uno sfogo di troppo, qualcun altro invece trova lavoro grazie a una pessima reputazione dichiarata; e intanto la confusione regna sovrana così come la disattenzione degli utenti verso i contenuti divulgati.
Forse serviranno ancora molti anni a diffondere una cultura generale nei confronti dei nuovi media digitali, ma quel che è certo è che queste dimensioni virtuali  influenzano costantemente le nostre scelte quotidiane, tanto basta per rendersi conto che non possono essere ignorate e tanto meno sottovalutate.

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