Donne e pubblicità. Ma la professionalità (del pubblicitario) dov'è?

Il Giudizio Universale originale di Michelangelo Il ruolo della donna nella pubblicità continua a far discutere. Il Ministro Carfagna ha recentemente rilanciato l’argomento, l’adci ha pubblicato e diffuso campagne di sensibilizzazione a destra e a manca, il web raccoglie decine e decine di post, ricerche, archivi e collezioni di pubblicità in cui compaiono nudità femminili. Basta scrivere “donne e pubblicità” su Google e i risultati non mancano; basta spostare la ricerca su YouTube e le conferenze, le interviste, le discussioni impazzano.
Al di là dei principi e della morale – che, diciamocelo, raramente accompagnano la carriera di qualsiasi pubblicitario – e al di là del fatto che i concetti siano condivisi o meno, abbiano realmente un che di offensivo o siano semplicemente un trucco per vendere facile; al di là di tutto questo, i punti chiave su cui nessuno si ferma a riflettere sono altri.
C’è da chiedersi ad esempio se sia davvero buono e giusto imporre il “rispetto” – sempre che in questi termini si possa parlare di rispetto – del corpo femminile coprendo e censurando alcune specifiche pubblicità. La lungimiranza a quanto pare scarseggia se nessuno si chiede cosa succederebbe a un paese come il nostro nel momento in cui si ricominciassero a metter le mutande ai quadri. In questo caso non si parla di diritti e rispetto della donna, ma di tutela della libertà di espressione.
Sfatiamo una volta e per tutte la convinzione che il nudo turbi la psiche dei bambini: non c’è niente di più naturale di un seno materno, per i piccoli. Allusioni e collegamenti sono esclusivamente frutti dell’adulto che, superata l’adolescenza, scopre e a quanto pare non sempre accetta il funzionamento della meccanica umana.
Arriviamo al dunque: il rispetto per il corpo, la mente e le capacità delle donne dovrebbe esistere di default senza l’intervento di un padre superiore che castiga e disonora chi osa svelare una coscia, ma più semplicemente come conseguenza della professionalità dei pubblicitari. D’altronde più di una volta sono stati prodotti messaggi splendidi che rappresentavano palesemente la sessualità femminile e che hanno fatto la storia della comunicazione, ma anche dell’arte. Cosa sarebbe un Gustave Courbet senza la sua “l’origine du monde“?
Non dimentichiamo infine che il mestiere del comunicatore si basa principalmente su domanda e offerta. Se molte campagne mostrano nudità lo fanno anche perché il pubblico la richiede. Non parliamo di un pubblico esclusivamente maschile, sia chiaro, e nemmeno di campagne volutamente degradanti. Creme snellenti, tisane e prodotti dietetici sono di fatto acquistati solo perché sfoggiano la “vita” perfetta che molte donne vorrebbero per sé. Si dovrebbero quindi criticare le modalità di esecuzione delle pubblicità, più che le ipotetiche allusioni sessuali, ma anche in questo caso non si potrebbe fare a meno di tirare in ballo pareri troppo soggettivi (giusto, sbagliato, bello, brutto) per fare discorsi concreti.
Forse possiamo dire che il “rispetto femminile” di cui si vocifera tanto nel mondo della pubblicità esisterà solo quando si parlerà prima di tutto di dignità, responsabilità e professionalità del pubblicitario. Ma anche quando l’intero paese, il pubblico, le singole persone che acquistano prodotti nei supermercati avranno richieste, interessi e necessità diverse da quelle attuali.

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